Codirosso

In giardino drizzo attento l’orecchio
e mi volto in cerca del suono prodotto.
Questo schiocco profondo che viene
di là dagli olivi, che picchietta sonoro
quasi fosse lo stappar d’una bottiglia.
A questi segue il canto tenero, squillante, sincero
dell’uccellino posato sul filo.
E rischiocca ancora e canta e schiocca.

E si lancia giù dal traliccio della luce,
plana e si dilegua sbattendo veloce le ali.

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Amore invernale

Sento il profumo freddo di queste note
che escono dallo strumento:
sono il profumo che indossavi.
Ma ormai non ci sei più. Chi sei?

Ora sei la nota più alta
che salta, rincorre le altre,
mentre piano piano svanisce,
si disgrega a concludere il pezzo
e come un accordo
minore io spengo e spezzo ciò che
avevo acceso per te.

Le note volano e la musica scorre
tra queste dita che una volta
ti hanno accarezzata.
Ora altri pezzi saranno composti,
e con altri inchiostri,
altre armonie costruite.

Genitori

Ogni uomo può essere un padre.
Ogni donna può essere una madre.

Ma quando questi ti sente
e ti ascolta,
ti guarda e ti vede,
ti tocca e ti ama,

quell’uomo è un padre,
quella donna è una madre.

Quando tremi a denti stretti e aspetti
mesto, al freddo, il triste cadere della grandine,
della brina che brucia il fiore
e dello tsunami che tutto affoga,

vedi comunque l’inverno che si fa primavera,

perché quell’uomo è un padre,
perché quella donna è una madre.

Rimareggio tra le nuvole

Poesia in sestine e endecasillabi che compone un acrostico (leggete in verticale la prima lettera di ogni verso).

Volteggio tra gli alberi felice
Andando a spasso da me, cammino.
Godo mentre vedo il sole brillare
Odo gli uccelletti cinguettar nel ciel
Nel momento in cui mi siedo e vedo che
Erano bianche sopra le nuvole.

L’aspetto, e sperando bramo un giorno che
Verso l’assoluto voleremo in ciel
E insieme andremo nel grande brillare
Rideremo, ma per ora cammino
Diventändo sempre più felice.
Ed io rimareggio tra le nuvole.

Essa adesso vedo mentre cammino
Tutta bella nel vestito brillare
Ed io sono d’amore ben felice,
Rinasco andando tra le nuvole.
Non solo, ma con lei piena d’amor che
Oh, se potessi farei cadere il ciel!

Come diamante ti vedo brillare
Oh bastone forte del mio cammino
Nel prato sdraiata a veder nuvole
Tutte soffici e candide e belle in ciel
E io guardo te e ti contemplo felice.

Sarcofago

Guardo dentro di me e mi vedo
riflesso in una pozzanghera.
Piove. L’acqua s’increspa.
Il sole tramonta e vedo la mia ombra
che si attenua, scompare.

L’immagine cambia e adesso emergono
i tuoi occhi neri, che mi fissano
e io m’intorpidisco e la testa gira e l’aria viene meno
e cado risucchiato dentro un vortice d’emozioni.

Il mio cuore batte ancora, macchinosamente,
come un ingranaggio necessario alla vita.
Ho provato ad offrire amore, eppure
qualcuno vuole un pezzo di questo muscolo?

E allora basta, caliamo il sipario.
Mi chiudo, solitario, dentro questo sarcofago
mentre l’ultima lama di sole tenta di accecarmi
e mi serro fuori da questa vita
nera d’orrori, di morte, di paura.

Dolce afoschia

Dolce afoschia
inesistente, non rendi le cose evanescenti.
Mentre le nostre menti si arrovellano
la dolce foschia se ne va, calma, piano,
nebulizzata.

Gli ingranaggi neuronali si oliano ben bene
poi clonc. Si rilassano.

Il regime è al minimo e sulle cime
dei discorsi ci sono, e sono qua e
l’alabastro è dietro, insieme alle genti
del terzo canto di Dante.

Ed eccomi, quindi, ad ascoltare parole piene,
a ridere, essere, vivere – forse –
senza usare più il codice Morse
né senza ingrandire le pene.

Orione

Il silenzio delle stelle e il vento
che non fischia e l’ovatta bianca
del suono assente della neve caduta ieri.

Guardo Orione a tarda notte d’inverno.
Le mani che gelano, i denti che battono,
gli occhi pii che a stento si aprono.

Ma com’è bella, lassù?

 

Tepore

Sono le cinque.
Sento piano il battere delle gocce
di pioggia sulle tegole del tetto.
Sotto le coperte mi adagio, ascolto.
Di là, la caldaia si accende
e passa, lento, il flusso del gas
che riscalda la casa.
Il tepore mi abbraccia.

Ricordi

Rivedo i nostri ricordi
nei media delle vacanze
e mi proietto dentro
vivendo nel passato
nei volti di chi ho amato e odiato
nei momenti divertenti
e anche in quelli più seri.

Adesso voi tutti, amici, conoscenti
che un tempo frequentavo,
siete le ceneri che ho sparso
irrecuperabili nel mare della vita.

Il solista (I, II)

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Questi che sto per proporvi sono due componimenti ritrovati nel cassetto appartenenti a due epoche di vita differenti. Li ho messi insieme come dittico: due facce della stessa medaglia.

Il solista, I

Si apre il sipario e sento il crescendo
di questa melodia che ora suono da solo.
Sento i timpani e i rullanti
che iniziano il loro tamburellamento.

Suono da solo, le luci dei fari m’illuminano
ma tra il pubblico nessuno che mi ascolta
nessuno che applaude.
Sbaglio una nota in questo lungo assolo
qualcuno compare, mi fischia, scompare.
Continuo a suonare e così vago
tra una nota e l’altra da solo
finchè non termino con l’ultima, lunga,
e m’inchino. Niente applausi.
Si chiude il sipario.

Il solista, II

Si apre il sipario e sento il crescendo
del gruppo che mi dà il cenno:
“uno, due, tre, quattro”.
Il pubblico torna attento
ed alza lo sguardo distratto.
Inizia l’assolo:

non più l’assiuolo di morte,
ma un cardellino di vita.
L’assolo cresce, la batteria batte
forte sulle pelli,
il basso corre veloce,
il piano tesse l’armonia:
esiste solo la sinergia
della musica prodotta,
dell’attimo-nota vissuto.

Termino con l’ultima semicroma
e crosciano gli applausi.
Non m’inchino. Chiudo gli occhi, sorrido.

Si chiude il sipario.