Sarcofago

Guardo dentro di me e mi vedo
riflesso in una pozzanghera.
Piove. L’acqua s’increspa.
Il sole tramonta e vedo la mia ombra
che si attenua, scompare.

L’immagine cambia e adesso emergono
i tuoi occhi neri, che mi fissano
e io m’intorpidisco e la testa gira e l’aria viene meno
e cado risucchiato dentro un vortice d’emozioni.

Il mio cuore batte ancora, macchinosamente,
come un ingranaggio necessario alla vita.
Ho provato ad offrire amore, eppure
qualcuno vuole un pezzo di questo muscolo?

E allora basta, caliamo il sipario.
Mi chiudo, solitario, dentro questo sarcofago
mentre l’ultima lama di sole tenta di accecarmi
e mi serro fuori da questa vita
nera d’orrori, di morte, di paura.

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Dolce afoschia

Dolce afoschia
inesistente, non rendi le cose evanescenti.
Mentre le nostre menti si arrovellano
la dolce foschia se ne va, calma, piano,
nebulizzata.

Gli ingranaggi neuronali si oliano ben bene
poi clonc. Si rilassano.

Il regime è al minimo e sulle cime
dei discorsi ci sono, e sono qua e
l’alabastro è dietro, insieme alle genti
del terzo canto di Dante.

Ed eccomi, quindi, ad ascoltare parole piene,
a ridere, essere, vivere – forse –
senza usare più il codice Morse
né senza ingrandire le pene.