L’ospedale e la fragilità umana

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«Ci è stata data un vita abbastanza lunga e per il compimento di cose grandissime, se venisse spesa tutta bene; ma quando si perde tra il lusso e la trascuratezza, quando non la si spende per nessuna cosa utile, quando infine ci costringe la necessità suprema, ci accorgiamo che è già passata essa che non capivano che stesse passando. È così: non abbiamo ricevuto una vita breve, ma la rendiamo tale, e non siamo poveri di essa ma prodighi. Come ricchezze notevoli e regali, quando sono giunte ad un cattivo padrone, in un attimo si dissipano, ma, sebbene modeste, se sono state consegnate ad un buon amministratore, crescono con l’uso, così la nostra vita dura molto di più per chi la dispone bene. »

(1) Seneca

Inizio subito, di getto, con lo scrivere una mia riflessione su quanto accaduto in queste ultime settimane.
Sono stato ricoverato 4 giorni. Niente di grave, sia chiaro, solo una piccola colica addominale. Il punto è che in tutta la mia vita non sono mai stato ricoverato in nessun ospedale, per nessun motivo. Oh, certo, ne ho girati tanti di ospedali, e ne ho fatti di esami. Ahimè ho sempre avuto una salute cagionevole. Di ospedali e di ricoveri, però, neanche l’ombra. Fino a questo 21 Giugno. Per carità, so bene che c’è gente che sta peggio di me -e anche chi sta meglio…- ma bene o male nella mia sfortuna mi sono sempre ritenuto fortunato. E sono felice di questo. «Finchè la barca va, lasciala andare».

La riflessione che sto per proporvi (o propinarvi) è scaturita dal fatto che una volta lì si rimane praticamente soli con noi stessi, eccezion fatta per le visite dei parenti e amici in determinati orari, che personalmente mi hanno fatto molto bene psicologicamente.
Ma quando rimani lì da solo, in quel letto bianco, asettico, e straordinariamente comodo d’ospedale, non puoi fare a meno di pensare. A cosa? A tutto. Ma un “tutto” diverso dal solito “tutto” cui siamo soliti pensare. Sono momenti particolari quelli che viviamo là, e chi c’è stato sicuramente potrà condivedere con me quest’affermazione. Particolari nel senso che, di notte specialmente, a televisione spenta, mentre -quasi- tutti dormono e qualcuno si lamenta, tra le urla agonizzanti di un qualche malato che magari è stato operato da poco, finisci a pensare alla vita, all’uomo e alla sua fragilità.

La fragilità

Quindi, tra le urla in sottofondo che provengono da lontano, tu che guardi fuori dalla finestra i lampioni che illuminano il parcheggio e senti le infermiere che strascicano i carrelli, ogni tanto ti poni la fatidica domanda: «Come sono finito qui?». Una domanda semplice, una risposta semplice. È bastato un attimo. Un dolore improvviso, forte, pungente, penetrante sul fianco sinistro e in un secondo ti sei ritrovato prima al pronto soccorso, poi nella camera di un ospedale. Tra i medici che ti visitano ed auscultano, che ti prescrivono farmaci ed esami. E nonostante tutto, brancolano nel buio. Cos’è? Cosa potrà mai scaturire un dolore così forte? Un po’ di renella. Forse un leggero principio d’appendicite. Forse una colica dovuta a stress. Forse un connubio di tutte queste cose.
Fatto sta che comunque, a causare un simile dolore, è stato un niente. Un nulla che è in grado di farti soffrire; di avvertirti, sì, che stai correndo un pericolo -e il dolore serve a questo, lo sappiamo- ma anche di farti capire quanto siamo fragili, che non siamo immortali e che invece di anteporre molte cose alla salute -come ho fatto io diverse volte- sarebbe bene porla al primo posto. Il problema di fondo è che tu, quando lavori, studi, pensi alla carriera, non lo fai. Non ci pensi. E lo dice un ipocondriaco.
Stiamo tutto il giorno a preoccuparci di cose inutili, ad arrabbiarci per motivi futili e a desiderare cose ancora più superflue, quando invece la cosa più importante, la salute, è lì. Tu non la consideri, può lasciarti da un momento all’altro e tu te ne sbatti comunque, mangiando, fumando e facendo chissà quale altra diavoleria al tuo corpo. Volevo evitare di scrivere aforismi inutili e banali, ma in questo caso un mens sana in corpore sano non me lo toglie nessuno. E, perchè no, mettiamoci anche un oraziano «Carpe diem quam minum credula postero» [cogli l’attimo e sii il meno fiducioso possibile nel domani].

Carpe diem

Altro fatto importante su cui mi sono soffermato quando ero là è stato il carpe diem. Molti sono i saggi, i guru che lo raccomandano. È uno stile di vita molto presente nelle religioni orientali, ed è anche ciò che mi è venuto in mente mentre ero là, dicendomi colloquialmente che sarebbe anche il caso di passare a questo stile di vita. Vivere l’attimo, curarsi il corpo e la mente, non pensare al domani.
Il problema è che, fondamentalmente, questa idea è scomparsa non appena sono stato dimesso, dopo quattro giorni. Cosa ci possiamo fare, d’altra parte? Già il fatto di essere occidentali non ci aiuta. E, a proposito di essere occidentali, qui riprendo ancora una volta Seneca: «In spem toti prominent» (2) [tutti sono protesi verso la speranza]. L’uomo, per il filosofo, vive come se dovesse vivere eternamente, sempre rivolto verso il futuro, e perciò di fatto non vive.
Ovviamente ho pensato anche a questo. Siamo troppo protesi verso il futuro, a pensare a cosa succederà, cosa non succederà. L’hanno detto in tanti, tante volte: vivi, pensa al presente. Una regola così facile, eppure così difficile da implementare. Lo stesso vale per la morte: Epicuro diceva che «Quando c’è la morte, non ci siamo noi» e viceversa.

Il problema è quando ci sono la sofferenza e la paura, che sono -e non sono- il fulcro del discorso, ma ne parlerò in altra sede.
Ad ogni modo, ad oggi l’unica cosa che vorrei fare è dimenticarmi questo brutto episodio, andare avanti e continuare a studiare, suonare, scrivere. Se non altro, almeno durante queste attività, non penso ai fastidi che sento -e non sento-.

(1) De brevitate vitae (I, 3-4)
(2) De tranquillitate animi, II, 7

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5 pensieri su “L’ospedale e la fragilità umana

  1. Non critico, sia ben inteso le tue riflessioni: ognuno reagisce a suo modo. Critico quelle riflessioni che guardano solo dentro se stessi e che alla fine portano alla fuga da se stessi, dalla propria storia e da quella del mondo, indirizzandosi verso una speranza fasulla (essere esenti dal dolore come si favoleggia dei guru, i quali sembrano non soffrire di denti cariati, fegati marci, artriti o artrosi o altri mali ben più terribili e spesso incurabili).
    Mi sarei aspettato che parlassi dell’abbandono in cui, chi resta solo, vive soffrendo inascoltato. Nei settanta anni della mia vita ho più volte visitato l’ospedale, ne sono stato ospite nolente, spettatore dolente dei mali miei e altrui, a volte attore per alleviare le pene di chi non ha nessuno che lo conforti. Il dramma in ospedale non è quando tu riesci a pensare alle grandi cose della vita e ai grandi sistemi del mondo ma quando vedi che le persone soffrono e la loro sofferenza viene trattata come una routine, un capriccio quasi del malato che, per mestiere deve lamentarsi. Allora ti rendi conto che la sofferenza è ripugnante anche per coloro che sono preposti e pagati per alleviarla. Allora sì che ti poni le grandi domande, se davvero vale la pena vivere in un mondo che odia tutto ciò che non funziona, che non va nel verso programmato, o semplicemente auspicato.
    Allora senti che l’uomo, quando non è fortunato (anche solo per avere qualcuno che lo assista) è solo a fare i conti con l’indifferenza, l”egoismo e il male.

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  2. Primo commento: accidenti, se per una colica renale si mette in discussione il senso del vivere che sarebbe successo per una peritonite? o per un focolaio di polmonite?

    Secondo commento: divento più conciliante e ti capisco. Ci crediamo tutti immortali finché non si buca una gomma della maserati che credevamo fosse il nostro corpo. Allora è giusto allargare i nostri orizzonti. Grazie Marcello: ci ricordi quanta sofferenza c’è attorno a noi e non la vediamo … e allora rimbocchiamoci le maniche e facciamo quello che possiamo, nel nostro piccolo, sporchiamoci le mani. Il mondo è fin troppo ossessionato dal “carpe diem” e dal “vivi il presente”, facciamo solo quello, tutto il tempo, al punto che non ci rendiamo conto che la stragrande maggioranza dell’umanità preferisce non pensare al suo “dies” o al suo “presente” perché spera in meglio.
    Con simpatia
    Daniele

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    • Grazie della risposta. Il problema è che questa è stata una buca tra le tante, e non ho intenzione di approfondire il discorso in questa sede… Hai colto tuttavia il punto centrale, perfettamente: “Ci crediamo tutti immortali finché non si buca una gomma della maserati che credevamo fosse il nostro corpo”.

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      • Già.
        E malediciamo il destino crudele se buchiamo una gomma senza pensare a chi è uscito dalla fabbrica senza ruote o a chi si deve accontentare di una macchina di seconda mano …
        ma si sa, il dolore è relativo!
        Ogni animale pensa che il proprio dolore sia universale, ma quell’animale di genere “homo” e di specie “sapiens” si è evoluto proprio perché si è guardato attorno e ha riconosciuto un’alterità.
        Ciao

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